giovedì, 21 agosto 2008 alle 00:14


Il Viscido
 

Nel bar del paese si ritrovavano davvero tutti. Il mattino, squadriglie di enciclopedici Alpini datati leggevano Luna nuova, Torino Cronaca o la bugiardissima Stampa seduti ai tavolini, dinanzi ad un caffè corretto o ad un bicchiere di vino bianco col Campari. Durante i pomeriggi primaverili, sotto un cielo di un azzurro limpido dai tratti siciliani che illuminava e dava tono alle due chiese antagonistiche che si spartivano la piazza principale, gli scolari sorridenti  gettavano accanto al vecchio muro  le biciclette ereditate dai fratelli più grandi e, dinanzi al bancone ricco e colorato, ordinavano alla giovinetta col cappellino bianco a mo di barchetta che vi giaceva dietro, coni esemplari, quattro gusti, creme poiché i fruttati li si lascia agli anziani e ai bisognosi, con panna. Una lauta merenda per coloro in fase di crescita. Al tramonto, quando l’aria vibrava di dinamismo burocratico, ovvero quando gli impiegati pubblici abbandonavano i palazzi del potere e passeggiavano confondendosi tra avvocati dotati di  valigette professionali di similpelle e architetti con squadrette celate nel taschino della giacca, il bar pullulava di giovani post era adolescenziale, studenti universitari e operai, per l’aperitivo serale.

Tra questi ultimi c’era il Viscido. Aveva oltrepassato da poco la trentina e non sapeva se esserne contento o meno. Quel che c’è da prendere si prende, senza tante storie, si ripeteva. Effettivamente, col tempo, aveva imparato a non rimuginare eccessivamente sulla sua condizione esistenziale e su ciò che lo rendeva triste e sconfitto. Le cose belle, si sa, mozzano il fiato e ne consegue che l’abilità di pensiero si annulli di per sé. Il Viscido era circondato da grigio, fumo e macchinari autonomi e petulanti tutto il dì, pilastri dell’attraente monumento industriale del Nord, e spendeva il suo tempo libero ad ascoltare narrazioni di tratti nevralgici di vita di persone a lui sconosciute che lo pregavano di disegnare per loro un bozzetto riassuntivo di tali vicende e di imprimerlo con ferri artistici sulla loro cute. Il Viscido, in quanto socio fondatore e artista del Mamma Perdonami Tattoo Studio, era sempre più compiaciuto di tale attività poiché gli consentiva di ascoltare gli affari altrui senza dover acquistare riviste scandalistiche, guardare i programmi della De Filippi oppure concedersi sessioni di pettegolezzo con le ruffiane, giovani e non, del paesello. Rendere tangibile e permanente un’esperienza significativa che non gli apparteneva, poi, gli conferiva un senso di onnipotenza davvero sproporzionato. Sapeva bene, però, che nulla è immutabile nel corso del tempo. Purtroppo l’aveva scoperto dopo il sedicesimo disegno cutaneo, quando una donzelletta sua amica, dotata di una saccenza inaudita che avrebbe fatto bestemmiare persino Gandhi, gli aveva parlato di un certo Greco e delle sue idee sul divenire. Presa coscienza che quei disegni se li sarebbe portati nella tomba, aveva deciso di lanciare una sfida ai suoi amici: forniva loro gli attrezzi del mestiere, l’ago cromatico e i colori, li invitava a scegliere una parte del suo corpo linda, priva di antecedenti imprimiture, e a disegnare qualcosa che valesse, secondo loro, la pena ricordare vita natural durante. Si sentiva come un foglio di carta vergine, compiaciuto dello sfregio operato da un pennarello indelebile manipolato da mani incoscienti. Si ritrovò ricoperto, neppure a dirlo, di forme geometriche, triangoli perlopiù, seni prosperosi, formule che inneggiavano alla mamma, scarabocchi privi di senso. Fino a quando propose a Lei, alla ragazzetta colta, la medesima competizione: Lei accettò e, sull’avambraccio sinistro, un po’ titubante, gli disegno una corposa chiave di violino. Lo convinse.

Lei era irraggiungibile. Faceva paura, non sapeva se per lo smorfie che faceva quando era tra le persone, la sua intelligenza superiore oppure per la sua natura ipoteticamente difficile da gestire. Era dispiaciuto per Lei poiché, in quanto rappresentante del genere maschile, sapeva che  in termini amorosi non avrebbe avuto vita facile. E neppure in amicizia. Una vita senza amore e priva di condivisione interpersonale, inutile ribadirlo, è sprecata. Non riteneva opportuno riferirle tali idee, però, poiché l’aurea buia che le gravitava attorno negli ultimi giorni gli aveva confermato che ne era già a conoscenza. La contemplò nelle sue preghiere serali.

Lui valutava gli altri ma in amore era scaltro. Infatuato di una fanciulla, le rivelò il suo innamoramento. La confessione rende tutto piano. Dopo aver rivelato il suo sentimento, difatti, esso mutò. Divenne dissolto, non esisteva più. Non provava più nulla, era come anestetizzato.  L’ammissione come antidoto al rimpianto. L’interiorità di ogni individuo e i suoi segreti plasmano mondi giocondi e fantastici. Dischiudere le porte di tale mondi equivale a provocarne la fine irreversibile.

Pensava al destino e decise di concedergli ruolo attivo. Domandò alla signorinella sputasentenze sua amica se credesse al fato. Lei attaccò ad argomentare circa un tale Thomas Hardy, giudicando una certa Tess D’Ubervilles una sfigatella priva di corteccia cerebraleblablabla. Non aveva compreso nulla di tale formulazione. E poi sapeva bene che il giudizio di quella presuntuosa circa le donne non era mai obiettivo. Ma era bello sentirla parlare.


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martedì, 19 agosto 2008 alle 00:55


Ripetizioni dalla Signorina Múndula
 

Diventava ogni giorno più graziosa. La sua era una bellezza incompresa dai contemporanei perché pura e originale, non manipolata dalle riviste femminili, dai forum inerenti la bellezza che contaminavano la rete, dalle stoffe scadenti degli abiti dal design effimero proposte dalle boutique globalizzate che dettavano legge per le donnette più o meno giovani e ingenue che si vendevano alla moda.

Lei, sin da piccina, aveva sempre contemplato la sua Figura in bilico tra un appassimento prematuro e un’audace fioritura. Si riteneva un fiore che non sarebbe mai sbocciato e credeva che per lei il presente e il futuro, come del resto il passato aveva già reso evidente, non riserbassero nulla di positivo e lieto. Si nutriva delle emozioni altrui, di gioie e di dolori che non le appartenevano, probabilmente perché non aveva il coraggio di vivere in prima persona la propria esistenza. Prendere ruolo attivo e privo di maschere di comodo nei giochi implica sempre il pericolo di incorrere in grossi rischi.

Lei ha consapevolezza di tutto ciò. Lei ha rischiato per la prima volta, anche se per ¾. Non sa se pentirsene. Lei ha occhi di un castano dorato, trasparenti come quelli di vetro delle bambole. E sulle guance, quando sorride, le si formano due fossette (L’hanno pizzicata gli angeli mentre dormiva! Avrebbe detto la vecchia Antonia, la tata della protagonista di uno dei suoi romanzi giovanilistici prediletti). Lei ha un cuore ricco, che andrà sprecato. Lei è figlia della schiuma del mare e dei cavalli alati.

Lei si merita più di una possibilità.


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martedì, 19 agosto 2008 alle 00:53


Disimparo a intendere la formula «c'era»
 

Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena.

Continuamente un foglio si stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via – e rivola improvvisamente indietro, in grembo all’uomo. – Nietzsche, L’utilità e il danno della storia per la vita, Considerazioni inattuali

Nietzsche direbbe che  sono una vera discepola di Eraclito.

La ruota prima o poi girerà. E’ l’unico leitmotiv consolatorio che so fornirmi. In certi casi, la creatività cerebrale non è di aiuto alcuno: ci si deve arrendere al mero dato di fatto.

Io non riesco a spiegarmi come sia possibile dilatare a lungo nel tempo una menzogna. Sono necessarie energia e ferrea volontà. Io non dispongo di tale subdola abilità.

Io non mi capacito di come ci si possa approcciare nella medesima maniera a tutte le persone.

Io non realizzo come abbia fatto a essere così coraggiosa. Finalmente ho spezzato le catene.

Mille punti per me e una fetta di squallore umano in meno.

Io vorrei, ingenuamente, che persone di tal fattura, al mondo non esistessero. L’unica speranza è che si congiungano tra loro. E, presumibilmente, avverrà proprio così.

Si mimetizzano, rendono cenere il tempo altrui e si rivelano così insignificanti che non arricchiscono neppure, mediante la loro interattiva presenza, il cosiddetto bagaglio esperienziale personale.

Se piangi per le persone significa che sei fallito dentro.

L’uomo che bada alla mera estetica non riserba sorprese.

Come un animale, bramo la mia risoluzione come un numero nel presente.


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venerdì, 08 agosto 2008 alle 10:38


Torino, ora, mi appare persino un'opportunità
 

Il principio della fine.

Oppure il principio della genesi.

Saperlo non mi è dato.

Ho soltanto preso consapevolezza che il coraggio non è mai ripagato.

L'egoismo vince su tutto.

La sensibilità è una virtù incompresa e punita a male parole.

La mediocrità soggiorna in molti animi.

L'amore oscilla perpetuamente e non è mai leale.

A tutto si accorda un alibi.

Non mi sono mai sentita così sconfortata in tutta la mia permanenza sul pianeta. La mia capacità di perdonare si è esaurita. La fiducia ottimistica che riponevo nell'essere umano si è compromessa irrimediabilmente.

Bleah.


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giovedì, 07 agosto 2008 alle 14:56


Cenerentola 1986
 

Era bello sentirti cantare giù per le scale – Tre Allegri Ragazzi Morti, Il mondo prima

La formula angelo custode non mi ha mai convinto del tutto. E’ innegabile, tuttavia, che sin da piccina mi siano accadute bizzarre e stravaganti faccende. Non sento voci paranormali da transessuale in erba, non preparo pozioni magiche finalizzate all’invocazione di qualche avo defunto, non mi paleso allo scoccare della mezzanotte dinanzi lo specchio del bagno speranzosa di constatare qualche apparizione che non sia il riflesso del miscelatore e degli shampoo erboristici di cui mio padre narra le straordinarie virtù. Temo, però, che qualcuno mi tenga d’occhio. Sono in due e il problema è che conosco i loro nomi. Carlo è l’ultimo punkabbestia ante litteram contemporaneo. La somiglianza fisica col Zanardi di Pazienza è palese, malgrado Carlo sia molto meno cattivo e soprattutto non sia contraddistinto da un vuoto ingrato giustificato socialmente. Non pensa neppure che fare del male verso gli altri sia l’unico modo di fare del bene a sé stessi e tale sua vena positiva mi consente di nutrire un’immensa stima nei suoi confronti, sebbene la sua Figura sia comunque immersa in un cinismo antagonistico. E’ vivo sin nelle mie reminescenze infantili, anche se non compare in alcuna fotografia: mi sfotteva per il grembiulino nero da giovane e sottopagato becchino indossato alle elementari, il pomeriggio, sdraiato su un fianco sull’elegante divano della casa dei miei nonni, indossava occhiali da sole neri molto simili a quelli di John Belushi nella pellicola The Blues Brothers e sbuffava nel vedere me e le mie amichette giocare, suggerendomi, talvolta, diabolici piani per decapitare l’ennesima nuova Barbie Prime Mestruazioni della Fashion Victim. Proprio tale mia amica d’infanzia, appellata da me medesima Fashion Victim per la sua devozione a tutto ciò che è femminile e alla moda, è il suo chiodo fisso: ne è innamorato da tempi non immaginabili e ancora mi perplimono i suoi commenti relativi ai succinti abitini estivi che era solita indossare durante l’adolescenza. La sua prediletta, però, come afferma con fare ruffiano quando tento di scacciare la sua ombra, rimango pur sempre io, anche se mi fa il verso quando assumo un tono troppo altisonante e intellettuale e preconizza che morirò sola e avvolta nel cellophane. Attualmente Carlo è in Puglia a sfottere e a fare lo sgambetto a quella gioventù finto - alternativa folkloristica che tenta di imparare a ballare la Pizzica, ma a mio dire è solo una tattica subdola volta alla visione di quanti più sederi femminili possibili. Se n’è andato imprecando: non so se per le noiose beghe amorose che mi affliggono in questi ultimi tempi, per l’aver scoperto nel mio lettore mp3 la collaborazione sinfonica tra i Tazenda e Ramazzotti oppure per la t-shirt che ritrae Charlie Brown e Snoopy con un parruccone ricciolo anni ‘70 circondati da varie stelle acquistata di recente. Ha detto che non lo merito e che come ombra mi dovrebbe spettare Mauro Repetto. Ritornerà.

Poi c’è lei, la Claudia Cardinale del felliniano 8 e ½. Bellissima e genuina. L’ombra buona, opposta a quella di Carlo, con il quale tra l’altro non corre buon sangue. Il suo è un ruolo fondamentale poiché mi riporta sul tracciato di una femminilità che talvolta dimentico e, soprattutto, mi ricorda che la semplicità è l’arma vincente. Da ammettere, però, c’è che a volte è noiosa, specie quando Carlo le dà dell’africana e lei attacca con il pippone dialettico circa il suo sentirsi fiera delle sue origini arabe.

Sono indispensabili entrambi. Ancora di più, lo è l’ombra tangibile che da pochi mesi popola l’appartamento accanto al mio: mia nonna. Mi ricorda pressoché da sempre la nonnetta Granny dei Looney Tunes, sebbene non abbia mai apprezzato tale cartone. Buona, generosa, saggia e, quando giustificabile, malignamente sarcastica. E’, senza dubbio alcuno, la mia ombra prediletta: tuttavia,  se non cercasse ogni inverno di sbolognarmi la sciarpa rossa con su scritto Amplifon regalatale dall’omonima azienda con l’acquisto di un apparecchio acustico, se non la sentissi ogni notte russare al di là del muro che divide la mia camera da letto dalla sua, se non avesse una sorella che è incapace di lavarsi il parrucco in autonomia e che soffre di dissenteria infestando i bagni altrui, sarebbe davvero meglio.

Non mi sono ancora ripresa dall’avermi conosciuto.


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venerdì, 01 agosto 2008 alle 17:13


Metaliturgia
 

Non sa dare un nome a tutto.

Controlla, però, lo schedario delle sue paure, debolezze, incertezze, che dir si voglia, e vi sa dare rimedio in autonomia.

Fosse meno pigra, avrebbe in pugno il pianeta.


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venerdì, 01 agosto 2008 alle 11:04


Matematica metamorfosi
 

Se c’è una cosa che è immorale, è la banalità – Afterhours, Bianca

Il 3 non è il numero perfetto.

A lei piace lui, a lui piaceva lei ma ora è innamorato di un’altra lei, quest’ultima probabilmente acconsente.

Si tratta di una formula matematica. A scuola la disciplina che prevede numeri e segni mi dava il voltastomaco, soprattutto a causa delle confusionarie spiegazioni del mio Professore che avrebbe voluto laurearsi in Filosofia anziché in Matematica. Il suo disagio, d’altronde, era avvertibile nel solo fatto che chiamasse il termosifone radiatore e la calcolatrice macchinetta calcolatrice. Durante le ore pomeridiane, però, dopo aver occupato il tavolo del soggiorno con pile di fogli, astucci, merenda, pallottoliere e diversi santini plastificati, il calcolo matematico mi appariva pressoché banale, probabilmente perché, malgrado non seguissi formule riconosciute ufficialmente, il risultato era raggiunto comunque.

Lo stesso procedimento si è diluito nel corso dell’ultimo anno, anche se questa volta non trattavo con numeri ma con esseri umani. Il peso dell’idealizzazione che della sua Figura avevo plasmato era tremendo e davvero inaccettabile. Le mie creature, di norma, sono perfette e inattaccabili:  proprio per tali qualità, lo scontro con Lui è stato sanguinoso. Non credo di esserne uscita vincitrice. A questo punto ho solo realizzato di aver perso diverse quantità di tempo, l’unico bene che si paga più di tutti.

Ha riciclato canzoni, parole e sentimenti e questo oculato riutilizzo delle sue risorse, alla fine, mi ha fatto scorgere la sua sterile inautenticità.

E l’inautenticità è quasi più banale della paura che ha in pugno il pianeta.

Una ragazzetta dalla risata rumorosa e coinvolgente mi ha detto che non è quello giusto. E presumibilmente ha ragione.

Detto ciò, lascio perdere.

I più fortunati restano coloro che non sanno far di conto.


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giovedì, 31 luglio 2008 alle 09:35


Sulle tracce di Kafka
 

E’ la visione di quel neonato gettato sul materasso matrimoniale senza cautela in un momento di nervosismo ad averti segnato.

E’ il fatto che non hai mai partecipato ad un colloquio con gli insegnanti ad averti squalificato.

Sono la tua arroganza, la tua natura viziata e la tua profonda mancanza di onestà intellettuale, giustificate da un passato particolarmente difficile, a disgustarmi.

E’ la tua difficoltà nel comunicare a comprometterti.

Le tue mosse geniali declinate all’astuzia ti hanno solo ridicolizzato.

Aver perso, volutamente, miei pezzi esistenziali importanti ti ha irrimediabilmente allontanato.

E’ la mia sostanziale differenza dalla tua persona a renderci incompatibili.

Spero che tu possa levarti di torno al più presto in modo che io possa appropriarmi di una libertà fino ad ora sconosciuta.

Già solo per il fatto che io abbia meditato su tale genere di pensieri, tu non vincerai mai.

Resta che a volte mi sento così triste che quasi bramo il silenzioso gelo di una tomba.

In ogni caso non esiste riscatto né per me né tanto meno per te.


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mercoledì, 30 luglio 2008 alle 11:14


Pécs - 'Mamma li Turchi!'